MADRID. Christian Abbiati ha fama di essere un po’ un musone. Uno che parla poco, di malavoglia. Se la descrizione corrisponde a verità allora evidentemente la Spagna deve avergli fatto un gran bene. Perché l’ Abbiati che abbiamo incontrato noi è rilassato, disponibile, aperto, simpatico. Forse perché è contento per se e per la famiglia, convinto di aver fatto la scelta giusta. E pronto per il suo primo derby madrileno, domani al Calderon. L’Atletico, terzo, aspetta il Real di Casillas, primo 10 punti più su. «Dobbiamo vincere, perché l’Atletico in casa non vince da tanto (1999, n.d.r. ) e per continuare a perseguire il nostro obiettivo, la Champions». Niente di più? «Arriviamo a 4-5 giornate dalla fine, poi vediamo». Contento della scelta spagnola? «Felicissimo. Con mia moglie e mia figlia ci troviamo tutti bene, ad aver avuto più coraggio questa scelta andava fatta qualche anno fa». Allora si ferma qui. «Il mio cartellino è del Milan, la decisione finale spetta a loro. A fine stagione ci vedremo, valuteremo le proposte e decideremo. Ora è prematuro». In Serie A tra i portieri titolari ci sono 7 stranieri e 4 ragazzi tra i 39 e i 43 anni. «Buono, no?» E all'estero abbiamo 6 portieri italiani che se la cavano piuttosto bene. «In Italia manca il coraggio necessario per lanciare e proteggere un portiere giovane. La Roma ha Curci, ma gioca Doni. L'Inter ha preso Viviano, ma l'ha lasciato al Brescia. È vero che da noi non ci sono più tanti giovani bravi come una volta, ma qualcuno c'è, e dovrebbe giocare. Comunque anche in Spagna e in Inghilterra i portieri indigeni fanno fatica a trovare posto. Paradossalmente è diventato più facile affermarsi all'estero». Dida è in difficoltà, lei appartiene al Milan. «Può capitare. Quando sbagliamo noi è sempre gol, Dida attraversa un momento difficile, ma per me resta un gran portiere». Gli spagnoli dicono che Casillas è il numero uno. «In Spagna senz’altro, ma nel mondo no. Non c’è paragone con Gigi (Buffon, n.d.r. )». Il portiere del Madrid è quello che riceve più
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tiri nella Liga. «E la cosa lo aiuta a mettersi in mostra, l’ho sperimentato lo scorso anno al Torino: più tiri, più parate. È più difficile quando devi fare una parata a partita». Ora che gioca regolarmente pensa alla nazionale? «No grazie, ho già dato. Ho fatto il terzo portiere per 8 anni, basta. Preferisco restare a casa con la famiglia. Il terzo portiere deve essere giovane e bravo, Curci è perfetto. Per quanto riguarda le altre due posizioni, indiscutibile la scelta del numero uno ma non condivido quella per il 12 e per questo mi faccio da parte. Il c.t. avrà i suoi motivi, magari chi mi viene preferito (Amelia) è più bravo di me fuori dal campo. È un ottimo portiere, per carità, ma non vedo grandi differenze tra me e lui». Donadoni ed Amelia non vengono menzionati. L’Inter ha fatto bene a prendere Maniche? «Sì, mi dispiace perché ho perso un amico, un compagno e un campione. Lui e l’Inter hanno fatto la scelta giusta». Che atmosfera c’è per il derby? «Mi ricorda quella dei derby di Milano. Partita sentita ma senza eccessi, senza isterismi, senza quella pressione che alla fine porta angoscia. Insomma non è come un derby romano». E l’atmosfera all’Atletico, con la gente agli allenamenti? «Qui è tutto più rilassato. Tante volte non andiamo in ritiro, c’è maggiore apertura, ma anche una diversa cultura sportiva. Perché in Italia se le cose vanno male la gente viene all’allenamento ad insultarti e non fa piacere, l’ho provato sulla mia pelle. Qui non succede». E il livello generale dei due campionati? «Nella Liga le squadre di livello medio hanno più qualità e le piccole provano a giocarsela sempre: le due cose fanno sì che la Liga sia ad un livello più alto della Serie A». Inter e Real Madrid hanno 7 punti di vantaggio sulla seconda. È la stessa cosa? «No. Il Real Madrid ha alle spalle delle squadre equipaggiate per la rimonta, con rose ampie e di qualità. All’Inter nessuno può star dietro».
Filippo Maria Ricci
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