TORINO. «Christian è stato grandioso, le sue parate sono state semplicemente speciali», dice Cairo. «Sì, è stato bravissimo e nel secondo tempo si è caricato sulle spalle tutta la squadra », dice De Biasi. «Dedico questa vittoria a Zaccheroni e a tutti i suoi collaboratori», dice piuttosto lui, al culmine di un mercoledì da giaguaro, giocando con le minuscolo e le maiuscole. Perché la maiuscola prova di Christian Abbiati davvero evoca, a Torino, i voli coraggiosi e felini di Castellini Luciano da Milano, classe 1945, oggi preparatore dei portieri dell’Under 21, per sempre il Giaguaro del Toro: binomio splendidamente faunistico al di fuori delle leggi della natura, ma dentro al passato glorioso dei granata dell’ultimo scudetto, anno celestiale 1976. Christian Abbiati riceve applausi e riconoscimenti, in testa il premio per il miglior giocatore della partita contro il Cagliari: come già ad Ascoli, là dove si consumò - manco a dirlo - l’ultima vittoria di Alberto Zaccheroni, 17 dicembre. Abbiati si erge, si staglia persino oltre la statura. Spazza l’insicurezza palesata a Verona, appena una settimana fa, sul gol di testa di Bogdani del 2 a 0, ma spiritualmente e sostanzialmente, se non fisicamente, viaggia molto a lungo, subito dopo la partita della rinascita collettiva. Molto a lungo e molto lontano: fino a Cesenatico, là dove in una grande villa tra pini e strade, a breve distanza dall’Adriatico, c’è un uomo davanti alla tv. E quell’uomo si chiama - naturalmente - Zaccheroni. È bello, onorevole e significativo che il portiere dei balzi esponga coraggio e sincerità, non solo davanti alle telecamere, per tradurre la propria sensibilità in una dichiarazione dirompente e onesta: «Voglio dedicare questa partita a Zaccheroni e al suo staff tecnico, hanno lavorato bene e sono stati solo sfortunati. È quello che penso e non ho nessun problema a dirlo. Sono fatto così». E pochi minuti dopo: «Sì, questa vittoria è anche di Zaccheroni (frase molto simile a un’altra pronunciata da Gianni De Biasi, n.d.r. ), ovvero di un ottimo allenatore che è stato davvero molto sfortunato». E la linearità dei sentimenti non potranno disturbare nessuno, dettati come sono da un ragazzo di 29 anni che non ama gli eccessi verbali, non è manicheo, legge anche i grigi nella vita, non si traveste da giudice. E l’unico giudice che conosce veramente rimane quello cantato da Fabrizio De André. Tant’è. E gli chiedono pure dell’esonero di Zac, con cui aveva (ben) lavorato anche nel Milan, nonché della buona accoglienza riservata a De Biasi. Ma
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lui dribbla, vestendo i panni di un araldo della fascia: «Io sto fuori da queste cose». Lui che già si era schermito in campo, dopo il fischio finale, quando il nuovo tecnico aveva invitato anche il portiere a correre sotto la Maratona. De Biasi ha dovuto spingerlo, Abbiati è poi tornato sui suoi passi, si è avvicinato ai compagni, ha applaudito i tifosi e ringraziato, ma è stato anche il primo a rientrare negli spogliatoi. «Ho un carattere particolare, mi conoscete. Non voglio rischiare di passare per un ruffiano, né mi piace parlare delle mie prestazioni in pubblico. Io sono e sarò sempre un tipo molto tranquillo che va avanti per la sua strada. Non mi esalto quando faccio qualcosa di speciale, non mi deprimo nelle difficoltà, se le cose non girano bene. Perché l’unica cosa che conta è il gruppo, non il singolo». Puntualizza ancora: «Sì, l’unica cosa che deve essere sempre in prima fila è il bene della squadra ». Ammette, comunque: «In effetti non è stato facile fare il portiere, dopo sei sconfitte consecutive », dice ancora, riavvolgendo il nastro ma non amando comunque parlare di riscatti, individuali o globali che siano. «Abbiamo giocato benissimo nella prima mezz’ora: siamo stati aggressivi e abbiamo attaccato come si doveva fare. Un ottimo primo tempo, certo. Nella ripresa eravamo un po’ stanchi: ma abbiamo subito il pressing del Cagliari anche per la paura di non vincere pure stavolta. E così è venuta fuori una prova di grande carattere, bella e sofferta, che ci fa tremendamente bene». Sette tuffi decisivi su Suazo e Pepe (piede o testa che fosse, a ripetizione), su una testata anche di Del Grosso, su una punizione solenne di Capone. Rammentando che già all’andata Abbiati era stato straordinario, a Cagliari. Come pure 7 anni fa proprio col Milan di Zaccheroni: era la sua centesima gara da professionista e salvò uno 0 a 0 con 7 interventi superiori. Ritorna il numero 7, nelle evocazioni, nonché il fascino della Sardegna, amata come poche altre regioni e conosciuta non solo nelle numerose vacanze a Baia Sardinia. Ma poi lui diventa sempre una bestia, di fronte al Cagliari. Mentre Cairo continua ad avere un traguardo davanti agli occhi: il riscatto definitivo di Abbiati , a giugno, nonostante la corte del Milan. In teoria, basterebbe tradurre nei fatti un diritto scritto, contrattualizzato. In pratica, bisogna non solo versare 4 milioni e rotti, ma anche lucidare realmente le ambizioni sul mercato estivo. In ogni settore, of course.
Marco Bonetto
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